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INDICE --
- 1. L'autore
- 2. Genuinità
e Canonicità dell'epistola di San Giuda
- 3. Lettori ed avversari
- 4. Tempo di composizione
- 5. Luogo d'origine
- 6. Lingua e stile
- 7. Argomento e divisione
- 8. Dottrina
- 9. Uso liturgico dell'Epistola
di San Giuda
1.
L'AUTORE. - Il mittente di questa breve epistola si presenta ai
lettori come "Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di
Giacomo" (V. I). La qualifica servo di Gesù Cristo può
indicare semplicemente che chi scrive è un cristiano: qui però
presenta uno che ha un servizio speciale, un ministero nella comunità
dei fedeli.
Il termine servo non precisa, ma non esclude, che il mittente sia un
Apostolo. Anche S. Paolo, quando per ragioni polemiche o dottrinali
non era costretto ad aggiungere al suo nome l'attributo di apostolo,
si accontentava di qualificarsi servo di Gesù Cristo.
Giacomo, autore della I epistola cattolica, si presenta semplicemente
con il titolo di servo di Dio e del Signore Gesù Cristo
(Giac. I, I; vedi commento). Eppure era fratello (cugino) di Gesù,
e, secondo i migliori indizi storici, apparteneva al collegio dei Dodici.
Anche il nostro Giuda, imitando Giacomo, si qualifica semplicemente
servo di Gesù Cristo, e, per conciliarsi la benevolenza
dei lettori che apprezzavano l'autorità del primo vescovo di
Gerusalemme, si dichiara fratello di Giacomo.
Bastavano questi pochi cenni autobiografici all'autore della nostra
epistola per rivolgersi autorevolmente a lettori che dovevano trovarsi
nell'orbita dell'apostolato di Giacomo. Giuda non aveva bisogno di sottolineare
altre qualifiche che dovevano essere ben note ai destinatari. Quali
erano queste altre qualifiche? Dalla lettura dei Vangeli e dagli Atti
apostolici possiamo concludere, con buona probabilità, che anche
il nostro Giuda, come Giacomo, era fratello (cugino) di Gesù
e appartenente al collegio apostolico. Se osserviamo le liste degli
apostoli date da S. Luca (6, 16 e Atti I, 13) troviamo un Giuda di
Giacomo immediatamente prima dell'altro Giuda, soprannominato Iscariota,
traditore.
Alcuni acattolici sostengono che questa formula significhi "Giuda
figlio di Giacomo". Così si legge in alcune recensioni
del Diatessaron (arabo e olandese) e nella versione sirosinaitica.
Tale infatti è il significato normale del nome proprio
in genitivo che specifica un altro nome proprio. Tuttavia, è
doveroso notare che l'espressione può essere usata in un senso
più generico, per indicare semplicemente che la persona di cui
sì parla è parente o appartiene alla famiglia di quella
indicata col genitivo. Questo caso si verifica specialmente quando un
membro di una famiglia in un determinato ambiente è conosciuto
più dello stesso capo di famiglia. Gli altri membri vengono detti
"di lui", sottintendendo per ciascuno la qualifica propria
della parentela. Tale era il caso del nostro Giacomo, vescovo di Gerusalemme,
che doveva essere conosciuto nella Chiesa primitiva ben più del
padre suo Alfeo. Nel Vangelo di S. Marco (16, I) la madre di Giacomo
viene detta semplicemente Maria di Giacomo. I lettori intendevano
Maria madre di Giacomo (cfr. Mc. 15, 40). Nel nostro caso i lettori
dell'epistola, che dovevano conoscere Giacomo e il suo rapporto di parentela
con Giuda, dovevano intendere fratello di Giacomo. Espressioni
di questo genere debbono essere interpretate alla luce dell'ambiente
storico in cui sono nate. La formula "Giuda di Giacomo" doveva
essere di uso corrente a Gerusalemme, dove Luca attingeva le sue informazioni
per indicare il fratello del capo della Chiesa locale e per distinguerlo
dall'omonimo Giuda traditore. Così si spiega anche come mai nelle
liste degli apostoli conservate da S. Luca il nostro Giuda occupi il
penultimo posto, immediatamente prima dell'omonimo Iscariota. Gli altri
due evangelisti Matteo (10, 4) e Marco (3, 19) nelle loro liste degli
apostoli riservano il nome di Giuda al traditore e chiamano Taddeo
lo stesso apostolo che da Luca è detto Giuda di Giacomo
e lo inseriscono subito dopo Giacomo (figlio) di Alfeo. Invece di Taddeo
che aramaico significherebbe "magnanimo", alcuni codici di
Matteo (10, 3 D k con Origene) scrivono Lebbeo che significherebbe
"coraggioso" dalla radice (leb = cuore), altri (E F
G K L siropeshitto, harclense) uniscono assieme i due nomi e soprannomi
(I).
La Tradizione, attestata da ORIGENE (Ad Rom. 5, I MG 14, 1016)
e da TERTULLIANO (De cultu fem. I, 3 ML I, 1308), identifica
Giuda fratello di Giacomo con l'apostolo Giuda Taddeo.
Siccome il termine fratello nelle lingue semitiche si presta
ad accezioni assai larghe, resta viva la questione sulla precisazione
del grado di parentela dei due apostoli fra loro e con Gesù.
Interpretando i dati di Egesippo si potrebbero distinguere in due gruppi
i quattro fratelli di Gesù ricordati nei Vangeli. Da un lato
Giuda e Simone figli di Clopa, nipoti di S. Giuseppe, di stirpe davidica,
dall'altra, Giacomo e Giuseppe figli di Alfeo, di stirpe sacerdotale.
Simone, nipote di Giuseppe, viene ricordato come successore di Giacomo
nella direzione della Chiesa di Gerusalemme.
Secondo una tradizione, due suoi nepoti, che erano dei semplici coltivatori,
furono chiamati in giudizio al tempo della persecuzione di Domiziano
(EGESIPPO, citato da EUSEBIO, Hist. Eccl. III 19-20 MG 20, 252-3).
Nel Vangelo di S. Giovanni è conservata una domanda rivolta dall'apostolo
Giuda "non quello Iscanota", a Gesù durante i colloqui
dell'ultima cena: "Signore, come mai ti manifesterai a noi e non
al mondo?". Gesù rispose: "Se uno mi ama, osserverà
la mia parola, e il Padre mio l'amerà, e verremo a lui, e faremo
dimora presso di lui" (Giov. 14, 22 s.). Probabilmente anche S.
Paolo allude a S. Giuda quando, nella I ai Corinti (9, 4), parla dei
fratelli del Signore, che si fanno accompagnare da una "donna sorella"
nelle loro peregrinazioni.
Sul resto della vita di S. Giuda non abbiamo dati sicuri. Secondo NICEFORO
CALLISTO l'apostolo Giuda avrebbe "pescato con la rete evangelica
dapprima nella Giudea, nella Galilea e nella Samaria, poi nelle città
della Siria e della Mesopotamia" e avrebbe terminato la vita "con
una morte pacifica e quieta a Edessa nella città di Abgaro"
(Hist. Eccl. II, 40 MG 145, 864; cfr. HIERON, in Matth.
10, 4, ML 26, 61). EUSEBIO e gli scrittori siri, invece, distinguono
il nostro Giuda Taddeo dal Taddeo che si recò dal re di Edessa,
Abgaro (EUSEBIO, Hist. Eccl. I, 13 MG 20, 124). I siri poi ritengono
che l'Apostolo abbia subito il martirio ad Arado, presso Beyrut (ASSEMANI,
Biblioth. Orient. 3, 2, p. 13).
2.
GENUINITA' E CANONICITA' DELL'EPISTOLA DI GIUDA.

A) Argomenti esterni. Nell'introduzione alla seconda di Pietro
abbiamo indicato le ragioni che ci inducono a ritenere che l'epistola
di Giuda abbia servito di fonte a quello scritto attribuito al Principe
degli Apostoli. Se si ammette questa dipendenza della 2 di Pietro dalla
nostra epistola, ne resta indirettamente provata l'alta antichità
e l'autorità apostolica.
Il Frammento Muratoriano che attesta la fede di Roma allo scorcio
del II secolo accerta senza alcun dubbio questa breve epistola fra gli
scritti canonici "epistolae sane Iudae... in (oppure
inter) catholicas habetur" (linea 68 ss.).
Nella Chiesa africana TERTULLIANO cita l'epistola "dell'apostolo
Giuda" supponendola accettata da tutti come canonica e tenta
di dimostrare con essa l'autorità del libro di Enoch (De
cultu fem. I, 3 ML I, 1308).
CLEMENTE ALESSANDRINO scrisse un commento alla nostra lettera di cui
possediamo ancora la versione latina redatta da CASSIODORO (in Iudae
Ep. Adumbrationes, MG 9, 731) e la citi come S. Scrittura. ORIGENE
attesta che Giuda scrisse un'epistola breve, ma piena di sapienza divina,
la elenca nel suo canone e la cita frequentemente (in Matth.
tom. 10, 17 MG 13, 877; in Iosue hom. 7, I MG 12, 857 ecc.).
La fede della Chiesa siriaca sembrerebbe attestata dalle citazioni di
S. EFREM, nelle opere conservate in greco (Opera omnia graece et
latine III, pp. 61-63). Ma tali opere risultano spurie.
Prima del III secolo non si trovano tracce di dubbi sulla genuinità
o sulla canonicità della nostra epistola nelle opere patristiche
giunte fino a noi. Si trovano invece delle allusioni più o meno
chiare nella Didachè (2, 7; cfr. Giuda 22-23), presso
S. POLICARPO (Ad Philipp.: saluti cfr. Giuda 2; 3, 2; cfr. Giuda
3, 20), nel Martirio di S. Policarpo, presso TEOFILO ANTIOCHENO
ed altri (cfr. CHAINE, pp. 261-262). Sembra quindi assai strano il fatto
che EUSEBIO elenchi l'epistola di Giuda fra gli scritti disputati
riconosciuti da molti (Hist. Eccl. III, 25 MG 20, 669). La ragione
è indicata da S. GEROLAMO in questi termini: "Giuda lasciò
una piccola epistola che è tra le sette cattoliche. Siccome cita
la testimonianza del libro di Enoch, che è apocrifo, da parecchi
viene ripudiata; tuttavia meritò autorità a motivo della
sua antichità e dell'uso che se ne fa nelle Chiese, e si elenca
tra le Sacre Scritture" (2).
Dopo Eusebio, ma prima di S. Gerolamo, troviamo molti testimoni che
citano l'epistola di Giuda come S. Scrittura: in Occidente S. FILASTRIO,
LUCIFERO DI CAGLIARI, S. AMBROGIO, S. AGOSTINO e i Concili africani.
In Oriente in favore abbiamo S. ATANASIO, DIDIMO, S. CIRILLO GEROSOLIMITANO,
S. EPIFANIO, S. GREGORIO NAZIANZENO (cfr. R. CORNELY, Introductio
Specialis, vol. III, pp. 655 s.).
Non è quindi da intendersi in senso stretto l'espressione di
S. GEROLAMO secondo cui "a plerisque reicitur". E' sintomatico
il fatto che EUSEBIO, nonostante i suoi dubbi personali, riconosca che
l'epistola di Giuda è ammessa dalla maggior parte e può
addurre le testimonianze favorevoli di parecchi antichi (Hist. Eccl.
III, 25; cfr. 2, 43; MG 20, 269 e 205). Anche S. GEROLAMO, come risulta
dall'affermazione citata, ammette la nostra epistola tra le Scritture
divine.
Dal IV secolo in poi, le testimonianze favorevoli si moltiplicano in
tutte le Chiese, (se si eccettuano in parte quelle siriache). Verso
la fine del secolo IV la genuinità e la canonicità dell'epistola
si può dire ammessa per consenso moralmente unanime.
B) Argomenti interni. I semitismi contenuti nell'epistola e l'uso
di tradizioni giudaiche depongono in favore dell'origine ebraica dell'autore.
Anche la presentazione assai modesta del mittente "Giuda, servo
di Gesù Cristo e fratello di Giacomo" è un contrassegno
di genuinità. Non si vede perché un ipotetico falsario
avrebbe scelto un apostolo di cui si avevano così scarse notizie,
e soprattutto si sarebbe accontentato d'una presentazione tanto modesta.
E' noto che gli scrittori che amano fare della pseudoepigrafia ci tengono
a mettere in evidenza l'importanza del personaggio di cui prendono il
nome, onde coprire la loro produzione letteraria.
(2)
"Iudas parvam, quae de septem catholicis est epistolam, reliquit;
et quia de libro Enoch, qui apocryphus est, assumit testimonium, a plerisque
reicitur, tamen auctoritatem vetustate iam et usu meruit et inter Sacras
Scripturas computatur" (De viris ill. 4 ML 23, 645). - Si noti
che "plerique" per S. Gerolamo ha talora un senso attenuato
di "nonnulli". Noi l'abbiamo reso con "parecchi".
Cfr. Cornely-Merk, Introductionis... Compendium (Paris 1929) N. 28.
C) Obbiezioni. Contro l'autorità divina dell'epistola
di Giuda rimane da risolvere un'obbiezione antica, la quale ha indotto,
se non la maggior parte (come sembra dire S. GEROLAMO con il suo a
plerisque) almeno un ceno numero di scrittori a metterne in dubbio
l'ispirazione e la canonicità.
L'autore di questa epistola attinge i suoi argomenti non solo dalla
Bibbia, ma anche dalle tradizioni extrabibliche. In un passo almeno
sembra citi come S. Scrittura un apocrifo giudaico: il libro di Enoch.
Per confermare quanto ha detto riguardo al castigo che attende i falsi
maestri, dopo aver citato esempi biblici (Caino, Balaam, Core) continua:
"Profetò appunto anche per costoro Enoch il settimo [patriarca]
dopo Adamo, dicendo: ecco che viene il Signore tra le sue sante miriadi,
ecc.... " (vv. 14-15). CLEMENTE ALESSANDRINO, TERTULLIANO, S. GEROLAMO,
S. AGOSTINO e altri considerano queste parole come desunte dal libro
di Enoch (I, 9). Il confronto dei frammenti greci di questo scritto
apocrifo col testo di Giuda ne mostra chiaramente la dipendenza letteraria
(3).
Come risolvere questa difficoltà dal punto di vista della ispirazione
biblica? Alcuni scrittori sono giunti fino ad ammettere l'ispirazione
del libro di Enoch (TERTULLIANO) o almeno di qualche pane di esso. S.
AGOSTINO si esprime in questi termini: "Che Enoch il settimo [patriarca]
dopo Adamo, abbia scritto qualche cosa di divino, non possiamo negarlo,
perché lo dice l'apostolo Giuda nell'epistola canonica"
(4).
Ma è proprio necessario giungere fino a questo punto? I teologi
moderni cercano altre soluzioni che salvano il carattere divino dell'epistola
di Giuda, senza dedurne l'ispirazione, sia pure parziale, del libro
di Enoch. Intanto si può far notare che Giuda non cita esplicitamente
il libro apocrifo come S. Scrittura, ma una profezia pronunciata da
Enoch. Il verbo "profetare" come il titolo "profeta",
può intendersi anche in senso largo. S. Paolo nella lettera a
Tito (I, 12-13) scrive: "Uno dei loro, un loro proprio profeta
(si tratta di EPIMENIDE, vissuto verso il 6oo a. C.) lasciò scritto:
"I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ghiottone, infingarde".
Questa testimonianza è vera". Nessuno si è mai sognato
di sostenere che EPIMENIDE sia da ritenersi profeta in senso
stretto e scrittore ispirato, per il fatto che un suo verso viene
citato e dichiarato vero da S. Paolo. S. GEROLAMO (in Tit. I,
12; ML 26, 571) osserva giustamente che non s'intende approvato tutto
il libro, quando se ne trova approvato un piccolo brano. Come S. Paolo
poté utilizzare dei documenti profani, così S. Giuda poté
servirsi di tradizioni giudaiche extrabibliche, sia pure raccolte in
un libro apocrifo. Basta che non ne approvi la pretesa di farsi considerare
come libro canonico. Tale pretesa non è affatto condivisa da
Giuda.
Alcuni autori ritengono che questi scelga, tra la massa confusa delle
leggende profane e fantastiche raccolte nel libro di Enoch, una
profezia sostanzialmente storica del settimo patriarca antidiluviano.
Ma si potrebbe forse rispondere più semplicemente osservando
che Giuda, dicendo "profetò", non intende allegare
un vaticinio in senso stretto, ma semplicemente un detto attribuito
al patriarca dai circoli apocalittici in cui sorse il libro di Enoch.
E' noto che gli apocalittici attribuivano la loro dottrina ai personaggi
celebri dell'antichità. I lettori comunemente sapevano che tali
attribuzioni erano un semplice artificio letterario (pseudoepigrafia
o pseudonimia).
(3)
Cfr. P. MARTIN, Le livre d'Enoch (Paris 1906), p. CXVII, 3. Si
veda il commento ai versi 14 e 15.
(4) "Scripsisse quidem divina nonnulla Enoch, illum septimum ab
Adam, negare non possumus, cum hoc in epistola canonica Iudas apostolus
dicat" (De civ. Dei, 15, 23 ML 41, 470).
Si può dire che anche Giuda usi di questo artificio letterario
scrivendo: "Profetò Enoch"? Se si ammette, come è
verosimile, che i suoi lettori erano al corrente di quell'uso degli
apocalittici, questa soluzione salva sufficientemente l'inerranza della
nostra epistola. Non è necessario sostenere che Giuda scelga
tra la massa confusa delle leggende profane e fantastiche contenute
nel libro apocrifo una profezia sostanzialmente autentica del VII patriarca.
Anche se la profezia non è genuina (perché il verbo profetò
può significare semplicemente un'attribuzione letteraria), il
contenuto del detto rimane vero e si compirà nel giudizio finale.
Non sembra sostenibile la soluzione preferita dal CORNELY (Intr.
III, p. 657) e data dal FELTEN (p. 248 s.), che esclude la dipendenza
di Giuda da uno scritto giudaico. E' troppo forte l'accordo del greco
di Giuda con i frammenti greci del libro di Enoch per vedere
solo una dipendenza da una fonte orale comune, utilizzata tanto dall'autore
dell'apocrifo, quanto da Giuda.
Non è il caso neppure di pensare a un'interpolazione cristiana
(desunta dall'epistola di Giuda) nel libro apocrifo di Enoch.
Le parole citate da Giuda si trovano infatti non solo nei frammenti
greci giunti fino a noi, ma anche nelle versioni.
Qualche autore, come il CHAINE (p. 279), crede che si possa salvare
sufficientemente l'ispirazione con la presenza di citazioni desunto
da scritti apocrifi, distinguendo negli agiografi l'insegnamento (che
non può contenere errore) dalle idee o concezioni umane, vere
o false, che non sono contrarie a tale insegnamento, ma che possono
coesistere nella mente dell'autore ispirato. Tali idee dipendenti dalla
coltura, dall'ambiente, sarebbero suscettibili di cambiamenti. L'autore
ispirato si servirebbe di esse come di immagini per esprimere le verità
insegnate. A questo proposito però si deve tener conto delle
risposte della Pont. Commissione Biblica del 18 giugno 1915 in cui,
tra l'altro, si dice che non è lecito per il cattolico ammettere
che gli apostoli "sotto l'influsso ispirativo abbiano espresso
dei propri sentimenti umani nei quali potrebbe infiltrarsi l'errore
o l'inganno" (DENZINGER, n. 2179).
Con gli stessi principi che abbiamo indicato a proposito della citazione
di Enoch si possono risolvere altre obbiezioni analoghe contro
il carattere divino dell'epistola di Giuda. Le parole del v. 9 ove si
parla della contesa dell'arcangelo Michele col diavolo a proposito del
corpo di Mosè, sarebbero una reminiscenza di un libro giudaico
intitolato Ascensione o Assunzione di Mosè. Che Giuda abbia fatto
uso di questo apocrifo giudaico, si potrebbe dedurre anche dalla somiglianza
verbale del v. 16 dell'epistola con un testo dell'Assunzione di Mosè
(5, 5), in cui troviamo l'espressione "mirari personas"
in un contesto analogo. Anche qui basterà far notare che lo scritto
apocrifo non è mai citato espressamente come libro sacro. Si
veda il commento al v. 9.
Alcuni commentatori credono di trovare condivisa da Giuda (v. 6) un'opinione
giudaica pure sviluppata nel libro di Enoch (cc. 6-11), che interpreta
come un peccato carnale commesso dagli angeli quanto è detto
nella Genesi (c. 6) a proposito dell'unione dei figli di Dio
con le figlie degli uomini. Ma vedremo che il testo di Giuda si può
spiegare diversamente (5).
Non vi sono quindi ragioni serie per mettere in dubbio l'ispirazione
e la canonicità dell'epistola di Giuda già riconosciuta
dall'antichissimo Canone Muratoriano e definita dal Concilio
Tridentino.
(5)
Su questo argomento si veda G. E. CLOSEN, Die Sunde der Sohne Gottes:
(Rom 1937).
3. LETTORI ED AVVERSARI. 
L'intestazione ci fa sapere soltanto che Giuda, "servo
di Gesù Cristo e fratello di Giacomo", scrive "ai
chiamati, diletti in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo".
Nessuna indicazione sul luogo e il carattere speciale dei lettori. A
prima vista potrebbe sembrare una specie di circolare diretta a tutti
i cristiani. Tuttavia le indicazioni relative a Giacomo e quelle del
contesto riguardanti ceni determinati avversari, ci possono guidare
nell'identificazione, se non delle Chiese, almeno delle regioni, per
le quali direttamente l'autore compose questo breve scritto.
Il richiamo alla parentela dell'autore con Giacomo ci invita a indirizzare
le ricerche nell'ambiente dove Giacomo godeva maggiore autorità,
ossia tra gli ebrei. Una conferma per questa conclusione, si può
trovare nel fatto che Giuda suppone che i lettori conoscano non soltanto
la S. Scrittura, ma anche diverse tradizioni giudaiche le quali difficilmente
si possono supporre note ai pagani convertiti. Dal v. 17 risulta che
gli apostoli i quali mettevano in guardia i lettori contro i pericoli
dei falsi dottori, ormai non erano più in vita. In modo particolare
Giacomo doveva già aver subito il martirio. In queste circostanze
Giuda, vedendo che il gregge già affidato alle cure del vescovo
di Gerusalemme era esposto a gravi pericoli, valendosi della sua qualità
di fratello di Giacomo, indirizza ai fedeli minacciati questo
suo breve scritto per premunirli contro le insidie dei lupi rapaci.
Gli avversari confutati nell'epistola sono empi e disonesti, rinnegano
l'unico Padrone e Signore nostro Gesù Cristo (v. 4), contaminano
il loro corpo, sprezzano la Sovranità, insultano le Glorie angeliche
(v. 8) e per "bramosia di lucro si gettano nel peccato di Balaam"
(v. 11), sono "lordure nelle agapi" (v. 12), mormoratori,
superbi (v. 16). Gli stessi avversari sono combattuti. pure nella 2
di S. Pietro, il cui autore, a quanto sembra, utilizzò il nostro
scritto (si veda l'introduzione alla 2 di Pietro).
In quale ambiente vivevano precisamente gli avversari presi di mira
da Giuda? Nelle Chiese palestinesi, oppure nella diasporà? (6).
I vizi dei falsi dottori che, a quanto pare, facevano una specie di
sincretismo tra paganesimo e giudaismo, sembrano piuttosto di indole
pagana che giudaica. Quindi è preferibile pensare che tali vizi
siano penetrati tra i giudeo-cristiani della diasporà. CHAINE
(p. 287 s.) esclude che la lettera sia indirizzata ad Ebrei convertiti,
perché i vizi dei falsi dottori qui combattuti, e specialmente
la loro impudicizia, fa preferire l'ipotesi che i lettori siano di origine
pagana. Ma non è detto che gli avversari qui ricordati siano
precisamente degli Ebrei palestinesi; se noi supponiamo che la lettera
di Giuda fu diretta a giudeo-cristiani viventi nella diasporà,
precisamente come la lettera di Giacomo, la difficoltà cade.
Nella diasporà i cristiani convertiti dal giudaismo si trovavano
frammisti ad elementi del paganesimo e subivano l'attrattiva delle correnti
sincretiste. La diasporà giudeo-cristiana dopo la morte di Giacomo
si era estesa in una zona ben più vasta di quella che entra nell'orbita
dell'epistola di Giacomo. Non sappiamo con precisione in quale zona
infierissero specialmente gli avversari confutati da Giuda. Pietro lì
troverà più tardi nelle regioni centro-settentrionali
dell'Asia Minore. Forse quando scriveva Giuda la loro attività
era ancora ristretta alle regioni della Siria e dell'Anatolia meridionale.
A. M. DUBARLE (7) ritiene che Giuda (non apostolo) abbia inviato da
Gerusalemme ai cristiani della Galazia la sua lettera e anche la
lettera agli Ebrei, lasciata incompiuta da Paolo e completata da
lui; e trova un rapporto di continuità tra la finale dell'epistola
agli Ebrei (13, 22) e lo scritto del nostro Giuda (v. 3) ove si parla
di salvezza e di esortazione. La questione è assai discussa (8).
(6)
Come pensa K. PIEPER, Die Kirche Palastinas bis zum Fahre 135
(Koln 1935).
(7) A. DUBARLE, Rédacteur at destinataires de l'épitre
aux Hébreux in Revue Biblique 48 (1939) pp. 506-529.
(8) Cfr. A. VITTI, in Biblica 22 (1941) 425.
4. TEMPO DI COMPOSIZIONE. 
Dagli indizi interni si possono fissare i termini estremi. Giuda
deve aver scritto dopo il 62 (epoca del martirio di Giacomo) e prima
del 70, altrimenti l'autore non avrebbe omesso di elencare, tra i castighi
già inflitti agli empi anche la recente distruzione di Gerusalemme.
Dal v. 17 risulta che i lettori conobbero direttamente gli Apostoli.
Se si ammette, come sembra ben probabile, la priorità dello scritto
di Giuda sulla 2 di Pietro, si dovrà retrocedere di alcuni anni.
Tutto considerato ci sembra preferibile la data fissata dal CORNELY
verso il 65. CHAINE, il quale ritiene che la 2 di Pietro, dipendente
da Giuda, sia pseudoepigrafa, fissa l'epoca di redazione della nostra
epistola tra il 70 e l'80 e ritiene che questa data sia compatibile
con l'autenticità.
5. LUOGO D'ORIGINE. 
Nulla si può dire con sicurezza su questo argomento.
Con una certa probabilità si può dedurre che l'autore
doveva essere nell'impossibilità di recarsi presto personalmente
tra i destinatari; si trovava, quindi, in una regione alquanto lontana,
forse nelle regioni della Mesopotamia, che vengono fissate come campo
del suo apostolato.
6. LINGUA E STILE. 
Lo stile è semplice, rude, ma vivace, energico, animato
da immagini pittoresche, simile a quello degli antichi profeti. Anche
sotto questo aspetto l'epistola di Giuda assomiglia a quella del fratello
Giacomo. In questo breve scritto troviamo numerosi semitismi, desunti
in parte dai LXX; non mancano i termini tecnici del nuovo vocabolario
cristiano, compaiono ben 14 hapax legomena, e tra questi uno
ricorre qui per la prima volta nella letteratura greca giunta a noi.
Il *MAYOR (p. LVI) fa notare il gusto per il cosiddetto "Triplet".
Ricorrono infatti a verse riprese elenchi di termini e di esempi e di
espressioni che vanno a tre a tre (vv. 2. 4. 6-7. 8. 11. 19. 20-21.
22-23).
7. ARGOMENTO E DIVISIONE. 
Dopo l'iscrizione e gli auguri, S. Giuda indica lo scopo e l'occasione
per cui scrive (3-4), quindi mette in guardia i lettori dai falsi maestri
(5-8), citando esempi dalla storia biblica e dalla tradizione giudaica
(9-16). Ribadisce i moniti con esortazioni e direttive (17-23) e conclude
l'epistola con una splendida dossologia (24-25).
8. DOTTRINA. 
Gli insegnamenti sono collegati con la confutazione delle dottrine
sovversive dei falsi maestri che tentavano di introdurre scismi tra
i fedeli. ORIGENE osserva che "Giuda scrisse una lettera brevissima,
ma tutta penetrata di sapienza divina" (in Matt., 10, 17
MG 13, 877).
Le principali verità cristiane vi si trovano supposte o esposte.
L'unità di Dio è posta in risalto nella dossologia
finale (25): "Al solo Dio salvatore nostro"; la Trinità
è supposta nei vv. 20-21: "Pregate nello Spirito Santo,
conservatevi nell'amore di Dio (Padre), aspettate la misericordia del
Signor nostro Gesù Cristo (nel giudizio finale)".
Dio Padre (1) ci chiama, ci ama (1. 21), ci salva (25). Lo Spirito
(Santo) è presente nei fedeli (19), li assiste nelle preghiere
(20). Gesù Cristo non solo è giudice misericordioso
dei fedeli (21), ma preesisteva in quanto Dio, nostro Signore. Nel v.
5 sia che sì legga "Gesu" (con B. A. Vg.), sia che
si legga "Signore" si parla di Cristo Signore preesistente
il quale, dopo aver salvato il popolo dalla terra d'Egitto, in seguito
sterminò quelli che non credettero.
Gesù è chiamato l'unico Padrone e Signore nostro,
(v. 4). La qualifica di Signore nostro è attribuita a Cristo
anche nei vv. 17. 21. 25 (cfr. v. 5) Gesù è il Mediatore
nostro; per mezzo di .lui (Redentore e Sacerdote eterno) proviene
a Dio gloria, magnificenza, impero, potenza da tutta l'eternità
per tutti i secoli (v. 25). I fedeli sono custoditi per Gesù
Cristo (v. 1). Egli è giudice degli angeli (v. 6) e nostro
(v. 21). C'è un giudizio in cui vi saranno retribuzioni eterne
(4. 6. 15. 21-24).
I cristiani son chiamati e amati da Dio Padre, custoditi per
Gesù Cristo (i cfr. 24), sono santi, posseggono lo Spirito (v.
19), pregano nello Spirito Santo (v. 20), devono aderire a una fede
(complesso di verità) trasmessa a loro (v. 3) per mezzo di un
magistero autorevole (5. 17-18).
La fede è il santissimo edificio sopra del quale i credenti
devono costruirsi come tempio mistico (= Chiesa? 20), partecipano ad
una salvezza comune (v. 3).
La dottrina riguardante gli angeli è particolarmente sviluppata,
in opposizione alle negazioni dei falsi maestri. Gli angeli son detti
Glorie (v. 8). Vi sono angeli buoni (che conservano la
loro dignità) e cattivi (che abbandonarono la propria
dimora e che subiranno il giudizio nel gran giorno: 6). Tra gli angeli
vi è un arcangelo, Michele, che contese col diavolo,
senza però pronunciare giudizio ingiurioso contro di lui (v.
9).
Siccome la terminologia è alquanto incerta e sottintende molte
verità già conosciute dai lettori, è talora difficile
precisare il pensiero teologico di S. Giuda. Tuttavia il parallelismo
con la 2 di Pietro e l'uso del linguaggio paolino che, in questo periodo,
era ormai patrimonio comune dei fedeli, ci servirà a chiarire
senza forzare il senso di certi termini ambigui.
9.
USO LITURGICO DELL'EPISTOLA DI GIUDA. 
I primi 13 vv. sono usati come lezioni per la festa dei
Santi apostoli Simone e Giuda (28 ottobre) e nella vigilia di Pentecoste.
I versi 19-21 si leggono come epistola nella Messa di S. Silverio, Sommo
Pontefice e Confessore (9).
(9) Nel breviario ambrosiano s'inizia la lettura dell'epistola di Giuda
nel Sabato entro l'ottava di Pentecoste.
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